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Pensieri e parole in ordine rigorosamente sparso
15 novembre 2004
Domande

8 Novembre 2004

Sono giorni che mi tormento con una quantità infinita di domande. A cui io per prima non ho voglia di trovare risposta.  Desidero una bella malattia stagionale per potermi accoccolare sul divano a imbottirmi di storie altrui, sorseggiando tazze su tazze di tè bollente e profumato accompagnate da biscottini di ogni tipo. Necessito che qualcuno mi giri la rotella sulla schiena e mi dia una bella caricata: da sola non ci arrivo.




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15 novembre 2004
Una (strana) storia d'amore

5 Novembre 2004

Una storia d’amore si consuma vicino a me. E mi dà da pensare.

Lui. Un amico, coetaneo. Serio quando è il caso, ironico praticamente sempre. Profondo molto più di come si vorrebbe dipingere. Diversissimo da me, ma comunque molto vicino.
Lei. Giovane, giovanissima. Vitale e deliziosa. Carina, sorridente, profonda a modo suo, proiettata in avanti, con una voglia di crescere, ma senza bruciare le tappe. Travolta da una passione che non prevedeva e che non cercava.
Una storia nata un po’ per caso. Che nessuno dei due – in apparenza – stava cercando. Una storia che io osservo da lontano, con il mio sguardo curioso e un po’ della mia tradizionale (e insana) abitudine di immedesimarmi nelle storie che incontro.
Dalla mia postazione di spettatore privilegiato guardo lei, che dopo una tenue resistenza si è lasciata a andare a questa travolgente passione. Lei coi suoi 18 anni o poco più e la voglia di crescere e vivere e assaporare ogni istante. Lei che con gli occhioni spalancati lo guarda, rapita da ogni sua mossa. Lui, che tra tante ha scelto lei.

Poi sposto il mio sguardo su di lui. E non capisco. Non capisco cosa prova davvero, al di là dell’attrazione e della gioia, e di quella voglia di “rubare” da lei vivacità ed entusiasmo tipici di un’età che ormai non ha più. Mi domando cosa si raccontano nelle loro lunghe chiacchierate solitarie. Mi domando se non gli pesano mai quei 15 anni di differenza che ci sono tra loro. Non posso non ricordare quando pochi mesi fa diceva di pensare spesso ad un figlio, di aver voglia di famiglia e di nido vero. E osservare come tutto questo “cozzi” con la realtà che si sta creando. Mi chiedo perché questa sindrome da “Ultimo Bacio” proprio adesso.

Mi si dirà che l’amore è cieco, imprevedibile e contorto. Sarà, ma io da razionale quale sono fatico a scindere gli aspetti. L’importante penso sia essere sinceri. Con gli altri. E con se stessi. Avendo il coraggio di guardarsi dentro e di farsi qualche domanda, a volte. Temo che presto fioccheranno delusioni inevitabili. Probabilmente per entrambi. Con una differenza: che tra i due c’è chi la scorza se la deve ancora fare.

Penso a lei che conosco poco ma che mi piace. Spero solo sarà capace di godersi il bello e di imparare a vivere le cose per quello che sono, senza aspettative, senza sogni, senza progetti.




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15 novembre 2004
Dare un volto alle parole

4 novembre 2004

Ho pensato e ripensato a cosa scrivere. A come commentare un incontro. Una cena. Due donne curiose, a cui piace parlare e raccontarsi. Tre ore di chiacchiere fitte, tra un bicchiere di vino e una grappa al moscato.

Arrivo con il mio solito anticipo strepitoso nel locale che ho scelto io e che mi fa sentire un  po' più a  casa. Penso che sono davvero una ragazzina a volte, nervosa, con la paura perenne che ho di deludere e di tradire le aspettative. Poi la vedo. La saluto e comincio nervosa a toccarmi capelli e ad alzare il bicchiere, per tenere occupate le mani. Poi, quasi subito passa.  Strana sensazione, quella che provo mentre le parole scritte si trasformano pian piano in lineamenti e sguardi e gesti.

Buffa conversazione la nostra deve essere parsa ad un ascoltatore esterno. Alterniamo domande e introduzioni degne di due perfette sconosciute (l'origine del mio nome, il suo lavoro) a confidenze intime e commenti su "amici" comuni.
Quando ci salutiamo, velocemente, su un taxi, penso al post che scriverò. Penso che mi piacerebbe riuscire a fissare questa serata. Penso che - nonostante tutto - non mi importa di sapere che effetto ho fatto, perché sono - stranamente - tranquilla così. Penso che questa serata mi piacerebbe bissarla, che quella sensazione che avevo di somiglianza e di vicinanza non è stata in alcun modo delusa. Mi domando che effetto mi farà, domani, leggere i suoi post e i suoi commenti e sapere da chi provengono.





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15 novembre 2004
 3 Novembre 2004

"Ciò che distingue l'uomo immaturo è che vuole morire nobilmente per una causa, mentre ciò che distingue l'uomo maturo è che vuole umilmente vivere per essa". (J.D. SALINGER, Il giovane Holden)

Questo che gli autori ci han dato oggi potrebbe davvero essere un bel titolo di tema, di quelli su cui professoresse di italiano illuminate potrebbero far riflettere i propri ragazzi liceali. Inutile dire che io di professoresse di italiano illuminate non ne ho mai avute  (anche se di una, ormai ex da un'infinità di tempo, sono figlia), per cui il concetto di cui sopra sarà - ancora una volta - spunto per qualche personalissima e confusa considerazione.

Il tema è di quelli che scaldano i cuori ed accendono gli animi, perché a ben vedere dietro ci sono due filosofie di vite assai diversa. Inutile dirlo, ma io mi schiero apertamente con la seconda, da sempre. Pur avendo un atteggiamento un po' pessimistello (a proposito di bicchieri mezzi pieni e mezzi vuoti, vi consiglio questa lettura qui), cerco da quando sono nata di accettare la mia normalità (di cui ormai vado anche abbastanza orgogliosetta) e mi rendo conto che la cosa non è niente facile, ma molto stimolante. Non mi son mai piaciuti gli eroi tormentati (inutile dire che "Il giovane Holden", letto quando ero ormai vicina alla maggiore età, non ha rappresentato quasi nulla nel mio cammino verso la crescita individuale...), quelli che hanno un atteggiamento in perenne conflitto col mondo, che lo rifuggono, o che - quando cercano di cambiarlo - sono iper drastici e assolutisti. Non mi sono mai piaciuti, appunto, nè quelli di fantasia, nè quelli reali. A dire il vero li ho sempre considerati un po' coglioni. Quelli che ti guardano con gli occhi sgranati quando dici che hai un lavoro, una casa, certi amici (pochi, ma buoni), che hai accanto un compagno di vita da oltre 7 anni, che spesso ti fa ridere e qualche volta anche arrabbiare. E che sei tutto sommato felice, anche se a volte ti butti un po’ giù, o se vieni colto da incredibili e incomprensibili tristezze. Quelli che quando gli racconto di me sgranano gli occhi e dicono “Ma come fai? Ma non ti stufi? Ma dove sono le emozioni forti, le passioni travolgenti?”… Beh, io a questi non ci credo. Tutta invidia, mi sa, quella di chi deve sempre cercare qualcosa di nuovo, qualcuno di nuovo. Quella di chi non riesce a leggere il bello in ciò che lo circonda e allora scappa, fugge, cerca fuori da sé nuovi sconvolgenti ed entusiasmanti passioni.


Sarò strana, sarò una persona “banale” e un po’ scialba, ma nella mia vita mi guidano valori e convinzioni profonde, che “metto in pratica” ogni giorno. La mia rivoluzione è quotidiana, non dà nell’occhio, ma c’è. A scappare si farebbe molto prima, spesso. Affrontare la realtà, trovare la bellezza in ciò che si ha attorno, riuscire a apportare piccoli cambiamenti in chi ti sta intorno… questa è una grande rivoluzione. E non solo perché ho trent’anni e quindi tocca  fare i “maturi” e  non sta più bene correre e “pazziare”, ma proprio perché  ci credo. Profondamente. Da sempre.




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15 novembre 2004
Non so se è una questione di destino...

 31 Ottobre 2004

(Non so se è proprio una questione di destino, ma forse a ben vedere sì.)

Ieri sera ho visto "Le chiavi di casa". Il fatto che un film ti faccia ragionare e riflettere è già di per sè un buon segno, per come la vedo io (e siccome spesso questo è il criterio che uso a me sembrano belli e buoni anche film che al resto del mondo non piacciono e viceversa... ma questa è un'altra storia).  Mi ha fatto riflettere, quindi. E siccome per una forma di egocentrismo misto a grande sensibilità ho l'abitudine di rapportare ciò che vedo a me e mi faccio molto coinvolgere dalle situazioni, anche stasera è andata così..

E a costo di sembrare una crudele e senza cuore ammetto che nei panni di Kim Rossi Stuart, che si ritrova - dopo 15 anni - davanti ad un figlio  con problemi di handicap  - io sarei probabilmente scappata. Forse - in un'occasione del genere - il mio grillo parlante incorporato ed iperattivo, che mi dice di continuo cosa è giusto fare e cosa il modno si aspetta da me, forse per una volta non sarei riuscito ad ascoltarlo. Andrò in controtendeza, ma le situazioni davvero dolorose mi annientano e mi paralizzano. Che sono e sono stata una ragazza fortunata ho già avuto modo di dire. Così è. Non ne faccio un vanto ed anzi, colla mia indole semicalvinista (che se fossi cattolica io, andrei in giro col cilicio) me ne colpevolizzo quasi.

A 16 anni ho cominciato a sentire forte l'esigenza di dover fare qualcosa per il mondo, per gli altri. Esigenza talmente forte che ho provato in più occasioni, accompagnandomi alla compagna di banco (che ora fa la cooperante in Africa, e che già allora aveva chiara la sua strada) ho provato a cercare la mia. Telefono amico, mensa per i poveri, assistenza ospedaliera... Ma ogni volta che mi avvcinavo ad una situazione di dolore profondo e reale, il mio fisico reagiva con una semi paralisi e una crisi di pianto talmente forte da non riuscire a fare nulla. Inutile dire che il passo immediatamente successivo vedeva la mia coscienza assalita da milioni di sensi di colpa ulteriori.

Ci ho messo anni a capire che - semplicemente - quella non era la mia strada. Che la mia sensibilità eccessiva non è un sinonimo di lavarmene le mani o di chiudere gli occhi. Che io la coscienza che il mondo - in molte parti e per molte persone - è brutto, difficile e pieno di storture ed ingiustizie, ce l'ho chiara. Che io, insomma, avevo altre qualità ed altre capacità e che forse la mia forma di impegno doveva essere più "generale". Non avrei aiutato singole persone, ma avrei cercato (nel mio piccolino) comunque di "migliorare il mondo". La mia strada l'ho trovata per anni nella politica. Quella fatta di piccole cose, di chi si sa sporcare le mani, mosso da un ideale e da un sogno... Non sarà la stessa cose, ma è credo che ognuno debba essere capace di accettare anche i suoi limiti... ed in un certo senso il suo destino. 


 




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15 novembre 2004
Segni sulla pelle
 27 Ottobre 2004

Premessa: io sono un tipo abbastanza anonimo. Superata l'infanzia, in cui ero una buffa bimba cicciotta col caschettone biondo e il sorriso stampato in faccia (o per lo meno mi piace ricordarmi così, con quella faccia da chiacchierona in salopette di una delle mie foto preferite sui 4-5 anni), sono diventata una normalissima ragazzina (e poi ragazza e poi - ahinoi - donna). E siccome mi son sempre accompagnata ad amiche molto carine, molto particolari o molto simpatiche, di me che della normalità  e dello stare "in mezzo" ho fatto la mia bandiera di vita (come già ricordato qui), non si ricordava mai nessuno.

E a ben guardare in effetti non ci sono grandi segni di riconoscimento: due piccole cicatrici sul mento (ricordo di quel poco sport che ho fatto nella mia vita, prima di trasformarmi in una pigra da competizione), un naso "importante", ma nella norma,  un biondo ormai slavato, altezza media, peso medio, e così via. Nulla che salti all'occhio.

Perché io rimanga impressa tocca conoscermi meglio, averne la pazienza, la voglia, l'occasione. Andare a scoprire cosa si cela dietro la facciata anonima, tra quelle migliaia di nei che mi ricoprono il corpo. Piccoli, curiosi, al primo impatto quasi fastidiosi e un po' banali, ma in realtà - almeno per me - affascinanti ed unici.  Sono così, io. E' sotto che celo, nascoste piccole qualità. Ci vuole pazienza, molta pazienza...




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15 novembre 2004
La scatola dei ricordi

25 ottobre 2004

Da ragazzina ero una gran rompicoglioni iper organizzata e previdente e quindi il primo fidanzato serio ho cominciato da subito a "schedarlo. Dalla sera del primo bacio (che già me lo sentivo che sarebbe durata..). In una scatola, prima piccola, poi più grande e bella (che mi sono fatta regalare da lui) ho raccolto giorno dopo giorno ogni cosa. Biglietti del tram, carte di caramelle, mozziconi di sigaretta e scontrini, bigliettini e lettere, disegni e fiori appassiti. E ancora tappi, cartoline, nastri e qualunque cosa potesse riferisi a cose dette o fatte insieme. Con la mia mania della scatola sono diventata talmente contagiosa che una scatola se l'è fatta anche lui. E siccome io ero una quindicenne (e poi sedicenne, e poi diciassettenne.... dai 18 sono un po' cambiata, ma giusto un minimo) grafomane, le sue scatole sono diventate presto 2 e poi 3, straboccanti di carta e altre cagate. Dopo due anni e mezzo a raccogliere ogni tipo di cosa, ci siamo lasciati. Non ci siamo mai persi di vista del tutto e a distanza di 15 anni ci siamo dedicati un pomeriggio intero, seduti per terra, ognuno con le sue scatole davanti (depurate un po' di schifezze emzze marcite nel frattempo) a raccontarci sentimenti di allora, a ridere sull'imbarazzoe  la goffaggine di due adolescenti, a ricordare momenti più o meno belli. A rileggere pezzi di noi.

Ne valeva la pena e mi spiace che - crescendo - quell'abitudine di scehdare e scrivere di tutto l'ho un po' persa. di certo ho imparato a vivermele di più le mie esperienze, ma so che quando sarà ora di ricordare non sarà più la stessa cosa...




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15 novembre 2004
La scelta di un figlio

22 Ottobre 2004
Avere un figlio è una scelta importante. Da piccolina, mentre le compagne di classe sognavano il matrimonio con il lungo abito bianco stile bignè e uno stuolo di bambini moccolosi a cui badare, io speravo di vincere il Premio Nobel per la Chimica o di diventare una grande scrittrice. Il matrimonio non lo vedevo mio (troppo borghese e sminuente per una donna) e di figli non ne volevo sentire parlare. E poi ero letteralmente terrorizzata all'idea di dover sopportare dolori lancinanti durante il parto. E in quel cinismo incosciente dei bambini, ero arrivata al punto di sperare di poter essere sterile. Un bimbo io, che ero (allora forse più di oggi) terzomondista, l'avrei adottato. Per dargli un futuro migliore.

Crescendo si cambia, naturalmente. La chimica - una volta studiata un po' di più - mi ha abbstanza schifata. Un libro l'ho scritto solo ora, ma di certo non un capolavoro di narrativa, bensì un saggetto striminzito sulla tivvù. Faccio un lavoro carino, ma qualunque e lungi da me l'idea di far carriera. Alla fine mi sono fatta pure mettere un anello al dito anch'io (anche se senza velo,  in comune e dietro esplicita ed articolata richiesta) e l'idea del parto non mi spaventa più. Con gli anni ho anche imparato che la volontà ed il desiderio nelle cose aiutano, ma da soli non bastano sempre... perché poi il mondo (anche quello nostro, piccolino) va come vuole... E i figli non sono come untelefonino  un libro, che quando vuoi te li vai a comprare e magari te li consegnano direttamente a casa...

Mi sono chiesta tante volte in questi ultimi due anni se ricorrerei alla fecondazione assistita. Non lo so. Sono ancora profondamente convinta che ci siano tanti piccoli bimbi, nel mondo a cui potrei dare un po' del mio calore e del mio affetto. Ma una cosa non esclude l'altra, vero? E soprattutto la libertà di poter scegliere cosa è meglio per sè mi smebra discretamente importante...




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15 novembre 2004
Casa Cannocchio

E' durata poco più di tre settimane. Ma è stata una bella esperienza. E siccome non voglio perdere spezzoni delle riflessioni di quei giorni, a seguire un bel copia-incolla.




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